The New Mutants: Il primo poster del film

Fino ad ora avevamo visto un teaser trailer e il relativo teaser poster, ora abbiamo la prima vera locandina del prossimo venturo The New Mutants. Diretto da Josh Boone, è basato su i fumetti dell’universo mutante degli X-Men e dovrebbe essere il primo capitolo di una trilogia. Ha destato scalpore il fatto che, in accordo con quanto affermato nelle primissime fasi del progetto, il film sia stato pensato come un horror più che come un film di fantascienza o di avventura. Abbiamo potuto sincerarcene prima con il teaser trailer e la tendenza è confermata da questa nuova locandina.

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Nel cast abbiamo fra gli altri Anya Taylor-JoyMaisie WilliamsCharlie HeatonHenry ZagaBlu HuntAlice Braga. Nei cinema dal 13 aprile 2018.

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Star Wars: Gli ultimi poster

In occasione della prossima uscita di Star Wars: Gli ultimi Jedi abbiamo raccolto gli ultimi, artistici poster rilasciati. Eccoli in una gallery:

Star Wars: Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), noto anche come Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi, è un film del 2017 scritto e diretto da Rian Johnson. Prodotto dalla Lucasfilm e distribuito dalla Walt Disney Studios Motion Pictures, è l’ottava pellicola della saga di Guerre stellari e il secondo della cosiddetta Trilogia sequel dopo Star Wars: Il risveglio della Forza, ed è interpretato da Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Lupita Nyong’o, Domhnall Gleeson, Anthony Daniels, Gwendoline Christie, Andy Serkis, Benicio del Toro, Laura Dern e Kelly Marie Tran. Il film è ambientato immediatamente dopo gli eventi de Il risveglio della Forza. Nei cinema italiani dal 13 Dicembre.

Recuerda Cervantes

Di periodi difficili, checché se ne dica, ne si passano parecchi nel corso della vita. Anzi, alla mia età sono arrivato alla conclusione che quelli che vivono troppo tranquillamente hanno più possibilità di diventare degli stronzi che non quelli che si beccano la loro sana dose di cazzotti in bocca. Naturalmente, sono altrettanto certo che anche all’estremo opposto arrivi, prima o poi, il momento in cui ci si lascia andare a una versione più misera di sé stessi perché si è subito troppo. A questo punto mi domando sempre come è possibile quantificare, specie nei momenti in cui il dolore, le umiliazioni e quant’altro potrebbe tranquillamente farmi sentire in diritto di comportarmi peggio? Quando si può stabilire “adesso basta”? Di solito è a questo punto che penso a Cervantes, lo scrittore.

Cervantes

L’esimio

Miguel de Cervantes Saavedra nasce il 29 settembre 1547 ad Alcalà de Henares, in Spagna. La sua è una famiglia piuttosto povera. Il padre è un chirurgo senza titoli di studio e, a quanto pare, senza neanche le capacità per farsi strada nel mondo e quindi assieme alla famiglia è costretto a spostarsi spesso, in cerca di lavoro. A causa di questi continui spostamenti il piccolo Miguel non può frequentare regolarmente gli istituti scolastici e finisce per studiare presso il collegio El Estudio di Madrid di Juan López de Hoyos. Presto inizia a scrivere in versi e si dimostra subito molto dotato. Da qui in poi iniziano i guai.

Nel 1569 è ricercato dalla polizia per aver ferito un uomo durante una rissa ed essendo condannato al taglio della mano destra in contumacia, decide di lasciare il paese. Arrivato in Italia diviene cortigiano del cardinale Giulio Acquaviva, presso il quale le sue doti di uomo di cultura sono molto apprezzate. Nel 1570 si arruola nella compagnia comandata da Diego de Urbina, capitano del reggimento di fanteria di Miguel de Moncada, che allora serviva sotto Marc’Antonio Colonna: al figlio di quest’ultimo, Ascanio (divenuto poi cardinale) fu dedicata La GalateaUn anno dopo s’imbarca come soldato sulla galea Marquesa che fa parte della flotta della Lega Santa che sconfiggerà quella turca nella battaglia di Lepanto il 7 ottobre dello stesso anno. Nella battaglia rimane ferito da una archibugiata e perde per sempre l’uso della mano sinistra.

Dopo essere stato curato a Messina, lavora in campo militare per qualche anno in giro per il Mediterraneo e grazie al duro lavoro, riesce a farsi firmare delle lettere di raccomandazione che una volta tornato a casa dovrebbero garantirgli la guida di una compagnia e quindi denaro e prestigio. Ovviamente durante il viaggio verso la Spagna viene fatto prigioniero dai pirati che lo tengono in ostaggio fino al 1580, quando viene liberato grazie all’intercessione di alcuni religiosi. Finalmente tornato in Spagna, Cervantes affronta un periodo di umiliazioni e privazioni. Sposa Catalina de Salazar y Palacios, una donna molto più giovane di lui che a quanto pare lo maltrattava, umiliava e tradiva in continuazione. Terminato il matrimonio infelice (dopo soli due anni), lo scrittore si sposta in Andalusia dove provvede alle provvigioni dell’Armada Invincible e nell’esercizio dei suoi doveri riesce nell’arduo compito di beccarsi ben due scomuniche dalla chiesa. Nel 1897 viene nuovamente incarcerato per bancarotta e quando esce dal carcere viene arrestato nuovamente, nel 1602.

Resta in carcere per poco, la seconda volta. A questo punto si sposta a Valladolid insieme alle due sorelle e alla figlia Isabella, nata da una relazione con una certa Anna de Rojas. Nel 1605 Cervantes subisce una nuova vertenza giudiziaria: viene infatti trovato nelle vicinanze della sua casa il cadavere del cavaliere Gaspar de Ezpeleta e i sospetti cadono sullo scrittore, che viene imprigionato e subito prosciolto. Il dubbio che la morte del cavaliere sia in qualche modo riconducibile alla moralità delle due sorelle e della figlia colorisce tristemente i suoi ultimi anni, ma non demorde e per seguire la corte di Filippo III si trasferisce a Madrid, scrivendo il meglio della sua produzione letteraria, fra cui naturalmente il Don Chisciotte. Muore nel 1616 e naturalmente, nel giro di poco, si perde l’ubicazione della sua tomba, che sarà ritrovata solo di recente.

Riassumendo: povero, ramingo, senza una mano, prigioniero dei pirati, sempre più povero, scomunicato, scomunicato di nuovo, arrestato, arrestato di nuovo, cornificato, umiliato in ogni modo possibile e poi perdono pure il tuo cadavere. Onestamente, finché non ti succede almeno la metà di questo, bisogna farsi coraggio. Perciò, ora e sempre, recuerda Cervantez.

Boomstick Award 2017

Nonostante il periodo non mi abbia permesso di aggiornare il blog in maniera coerente, sono stato ritenuto degno nientemeno che del Boomstick Award 2017. Oltre a essere rimasto sorpreso, la cosa mi ha fatto molto piacere e lo accetto volentieri in attesa di potermi dedicare adeguatamente a questo dannato Ozymandias.

Ma sto dando per scontato che voi sappiate già che cos’è il Boomstick Award. Ebbene, nel caso in cui non ne foste informati, il suddetto premio è stato inventato dal proprietario di Book and Negative qualche tempo fa e che un po’ scherzando un po’ no, ha comunque una seria regolamentazione che vado a esporre:

1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto, o più di uno, se ne avete

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io (Germano) le ho concepite

Ho avuto l’onore per la prima volta da Kara Lafayette (che spero un giorno m spiegherà l’origine del nome) e che ringrazio moltissimo. dal canto mio mi permetto di premiare i seguenti blog:

  1. IlGiornodegliZombi della cara Lucia, perché è una delle risorse fondamentali se si parla di cinema horror e del fantastico. È anche una gran brava scrittrice e dovreste proprio approfittare dei suoi romanzi su Amazon.
  2. Secondo Kara Lafayette della Silvia lì, perché mi diverte molto, è scritto in totale libertà e poi avendomi premiato, ha dimostrato una sensibilità e un’intelligenza superiori, perciò tiè.
  3. Book and Negative del patron Germano, scrittore, blogger e inventore del Boomstick, non credo serva dire altro. Se non ricordo male, mi ha ucciso in uno dei suoi racconti. Sicuramente me lo meritavo.
  4. Il Bollalmanacco di Cinema di quella signora di Erica, premiata perché ha come mascotte del blog Elvira e per questo meriterebbe anche la laurea. Brava!
  5. Cinefatti perché dannazione è un blog serio.
  6. CineZapping perché non ho trovato nessuna regola che impedisca di premiare un blog dove ogni tanto scrivo. Lungimiranti, nel collaborare con me, dico io.
  7. The Omega Outpost della signorina Francesca, sempre appassionata, ci tiene aggiornati in tema di letteratura e non solo. Brava.

E questo è tutto, mi spiace solo di aver fatto così tardi da lasciare agli altri il tempo di bullarsi dei premi ricevuti senza sapere che avrebbero beccato anche quello da parte mia. Sempre in ritardo, accidenti.

BOOMSTICK2017

Il tanto sospirato award

L’orrendo crimine di monsieur Betancourt

7

Arrivata la notte, il sonno non si era presentato puntuale come al solito. Tutto taceva, immerso nel buio. Giusto le scarpe, parzialmente illuminate da una lama di luce del lampione che entrava dalla finestra, sembravano ben sveglie e in attesa. Assomigliavano ai membri di una famiglia che esaurita una riunione privata si fossero chiusi in un silenzio accusatorio nei confronti del padrone di casa. Monsieur Betancourt sentiva i loro sguardi di cuoio addosso e si rigirò nel letto più e più volte nella speranza di prendere sonno. Continuava a sentire la voce di Henry nella sua mente e la sua richiesta. Ma sarebbe stato un orrendo crimine che non voleva assolutamente commettere, uccidere il ragno. Eppure, una piccola parte di lui valutava. Che fosse questo a tenerlo sveglio? L’idea in sé era orribile, almeno quanto praticarla sul serio, d’accordo, ma ragionarci su non avrebbe rappresentato niente di che. Non avrebbe ferito, si sorprese a pensare, la sua morale. Se così fosse stato, le prigioni avrebbero tre volte tanto gli ospiti che trattengono normalmente. Ci pensò su e si rese conto che intere categorie professionali sarebbero imprigionate a vita per delitti solo immaginati o progettati. Ci sarebbe stato bisogno a dirla tutta, di costruire altre prigioni apposta per gli scrittori di gialli che passavano già gran parte della loro vita a escogitare modi complicati per assassinare il prossimo. No, di certo pensarci non avrebbe fatto alcun danno. Perciò, come avrebbe ucciso il ragno? Da quel che ne sapeva, era lui stesso già preparato all’idea, anzi, desiderava porre fine alla sua esistenza. Sempre in teoria, si chiese, come avrebbe potuto procedere. Percuoterlo con un giornale arrotolato sarebbe stato un classico tanto quanto un pugnale fra uomini, eppure lo giudicò prosaico. Annegarlo avrebbe potuto essere un’idea più elegante e già lo immaginava, muto e immobile sotto una coltre d’acqua sufficiente, come Ofelia finalmente libera dalla sua follia, in pace. Ma per grande sfortuna i ragni erano abili nuotatori e campioni di apnea. Non avrebbe funzionato. Escluse le armi da fuoco, non restavano molte idee, se non quella del gas, ma scartò la proposta immediatamente. Sarebbe stato più disgustoso ancora delle percosse.

Che fare? Che fare? Che fare?

Si tormentò a lungo durante la notte, finché non si risolse a chiedere alla stessa vittima l’indomani in che modo avrebbe preferito porre fine alla sua vita. Gli parve una soluzione degna del suo brillantissimo ingegno e poco dopo iniziò a russare il sonno dei giusti che dormono, a quanto pare, anche gli assassini.

Fine

L’orrendo crimine di monsieur Betancourt

6

Monsieur Betancourt era esterrefatto. Già mentre il ragno gli chiedeva di compiere quell’infamia, il suo animo gentile si ribellava all’idea. Perché mai avrebbe dovuto accontentarlo? No, non lo avrebbe fatto. Assolutamente.

– Mi rendo conto che la richiesta potrà sembrarti assurda, mio caro. Ogni volta che ci siamo incontrati avresti avuto l’occasione di finirmi e io come avrai notato, restavo fermo in attesa che tu facessi ciò che qualunque altro uomo avrebbe fatto. Ma non lo facevi. Così ho meditato a lungo su quali potevano essere le tue motivazioni e sono giunto alla conclusione che ti manca il coraggio.

Il collezionista sentì montare una rabbia cieca dal profondo. Da quel piccolo foro dal quale solitamente gocciolava quel poco che la sua natura gli concedeva, ora zampillava, bruciante, della vera rabbia.

– Cosa?

– È così. Perché te la prendi? È perfettamente naturale che non si possegga il coraggio, ma sono certo che tu possa trovarlo in qualche modo e io posso aiutarti, se me lo permetti.

Monsieur Betancourt riprese controllo di sé, sistemanosi il bavero della giacca e in silenzio si infilò il soprabito. Poi, voltandosi verso il negozio, disse:

– Non lo farò. E ti sarei grato se lasciassi questo posto.

Armeggiò con la porta, ma prima di uscire gli arrivò chiara la voce bassa e profonda del ragno.

– In cambio dei tuoi servigi ti ricompenserei. Non vorresti la ragazza che spii ogni giorno?

Arrivò a casa avvilito da tutti i pensieri che aveva covato lungo il tragitto. Come un milione di uova di pesce che avessero incontrato la primavera e si fossero schiuse tutte assieme, ora i pensieri nuotavano furiosamente nella sua mente che si stava dimostrando un corso d’acqua troppo misero per tutta quella vita. Ovviamente nuotavano tutti attorno a un singolo pensiero principale, che più degli altri conteneva la scheggia di un idea. Come accade per gli esseri umani che possiedono qualche dono particolare, come la vista particolarmente acuta, il talento per il cambio manuale dell’auto, l’ispirazione per le pulizie, la passione indomabile per la musica disco, la comprensione e tutto ciò che può essere solo definito come dono, anche i pensieri possono essere speciali e quello lo era. Contenendo il frammento di un’idea (come se non bastasse, quell’idea) la conteneva già tutta, la evocava da un futuro immaginario specifico, nutrendola di possibilità e speranze. La possibilità logica che precedeva di poco la statistica e la pura matematica e si nutre di queste e non è possibile negare che la forte dose necessaria di speranza, entità matematica fra le più sfuggenti, aggredisse con forza il povero monsieur Betancourt. Arrivato a casa, si ritrovò sfinito dalla sua mente improvvisamente trasformata in fiume gravido e si lasciò cadere sul divano. Chiuse gli occhi e sognò cappelli.

Nel sogno camminava lungo un angusto corridoio, nelle cui pareti di arenaria erano scavati più o meno ordinatamente dei loculi. Dentro ognuno di questi giaceva la salma mummificata di un santo, con le mani ossute giunte sullo scheletrico torace, in contemplazione anche dopo la morte. Procedeva fino a giungere a un’apertura che dava su una grande sala dove uomini migliori di lui stavano discorrendo di qualche dottrina e avevano tutti dei copricapi di cui gli sfuggiva il senso. Tentava di seguirne la forma, le pieghe e il taglio, ma continuava a sfuggirgli l’insieme, come se fossero cappelli da una dimensione non umana. D’improvviso tutti si accorsero di lui e presero a fissarlo intensamente, finché il maestro non gli fece cenno di avvicinarsi, ma a quel cenno il sogno si sgretolò.

Aprì gli occhi disteso sul letto, con ancora le scarpe ai piedi. Quando si era disteso, lo aveva fatto in preda a una spossatezza assoluta, che non gli aveva lasciato tempo di fare nulla. Il banco di pensieri che prima nuotavano selvaggiamente dentro di lui erano ancora in vista, ma lontani. Poteva vederli spostarsi come un’unica entità frammentata, cambiando violentemente direzione ancora e ancora e ancora, ma per fortuna c’era un po’ di spazio fra loro adesso e la confusione era molto attenuata.

Sono giunto alla conclusione che ti manca il coraggio

Come si permetteva quel piccolo intrigante? Una brace di rabbia brillò incandescente dentro di lui.

Cosa ne sapeva lui che viveva un altro mondo, completamente diverso? La sua gente aveva otto gambe, otto! Poteva anche avere un nome nobile come Henry, un nome da re in effetti, ma di certo non era un sovrano. Certo aveva dei modi che la maggior parte degli uomini non hanno più. Certo era stato sempre educato e i suoi gusti musicali erano ammirevoli, ma questo non lo autorizzava a fare certi apprezzamenti e, men che meno, certe proposte!

Eppure la brace della sua ira illuminava le ceneri tutt’intorno, e a quella luce brillava anche qualcos’altro. Il banco di pensieri nuotava sempre intorno, ma il frammento di idea che li guidava, adesso giaceva fra quei resti carbonizzati. Si potevano notare le radici che aveva messo.

Avrebbe potuto uccidere il ragno? Ne sarebbe stato capace? Fisicamente, certo non gli sarebbe costato nulla. Eppure qualcosa lo avrebbe fermato, ne era certo.

sono giunto alla conclusione che ti manca il coraggio

Nella casa era solo e quindi si permise di annuire.

L’orrendo crimine di monsieur Betancourt

5

Mezzogiorno e due mandate all’entrata del negozio e monsieur Betancourt era per strada, pochi metri e attraversava l’ingresso della panineria, che era anche bar e offriva il servizio aperitivo. Katia armeggiava dietro il bancone per servire due turisti dalla pelle arrossata. Si potevano riconoscere come turisti dagli abiti, comuni a tutti i turisti del mondo, che sembrano essere stati creati per sottolineare la non appartenenza al paese che si sta visitando. I pantaloni, comodi e corti anche d’inverno, le magliette improbabili e le macchine fotografiche. Senza queste ultime forse il viaggio sarebbe impossibile, perché come si potrebbe provare che è realmente avvenuto senza delle foto?

Attese che i due fossero carichi del pranzo e se ne andassero e poi sorrise a Katia, che non sospettava minimamente di essere oggetto di un culto.

– Signor B. buongiorno!

– Buongiorno Katia, come sta?

– Eh, bene. Ma le ho detto mille volte di darmi del tu…

– Mi perdoni… perdonami. Una brutta abitudine…

– Eh, sì… brutta brutta!

Rideva molto in sua presenza Katia e monsieur Betancourt sospettava che lo deridesse. Non ne aveva la certezza, ma come l’ombra di un pensiero che lo attanagliava. L’aveva vista ridere agli scherzi e alle battute del barista con cui lavorava, Francesco, ma erano risate diverse. Quegli scherzi e quelle battute erano approcci e quelle risate erano dei calorosi benvenuti. Mentre prendeva il suo panino, il collezionista si augurava sempre che fosse tutta una sua fissazione e quasi ogni giorno, nel tempo che impiegava a consumare il suo pasto, riusciva con invidiabile forza di volontà a scacciare quel pensiero. Solo che così non gli rimaneva forza per alimentare il coraggio che gli ci sarebbe voluto per invitare Katia a cena fuori e così rimandava al giorno dopo e così fece anche quella volta.

Finito di mangiare salutò, in un’ilarità che si sforzò di non prendere nel modo sbagliato e se ne tornò al negozio. Lì lo aspettava la parte più difficile della giornata, il pomeriggio.

Chiunque avesse inventato, il pomeriggio, doveva essere stato particolarmente odioso e infinitamente pigro. Se la mattina contiene in sé tutte le promesse e le possibilità di una giornata e in qualche modo queste la alimentavano, il pomeriggio è sempre il momento in cui ci si rende conto che la giornata è fallita e si può solo attendere che se ne cada, ondeggiando tristemente come un fiocco di neve, giù verso la sera. Lì sarebbe rimasta, ad ammucchiarsi assieme alle altre giornate in una zavorra di delusioni. Dietro il bancone le ore scorrevano con una lentezza esasperante, gocciolando ritmicamente da un foro troppo stretto e troppo somigliante per dimensioni e capacità allo spirito del collezionista in quel periodo.

Come se non bastasse, con la stessa atrocità si facevano avanti a ondate tutti i pensieri più sgradevoli che potessero attaccarlo. Una risacca sgradevole, ritmica e incessante che lo erodeva come una costa esposta a un mare troppo salato, alcalino, morto. Uno di quegli specchi d’acqua ricoperti di animali morti e mummificati, anzi, pietrificati, quasi tutti ancora con l’espressione di sorpresa sul muso o sul becco. La stessa sorpresa che ognuno è costretto a sperimentare ad ogni tiro della fortuna sulla faccia del pianeta. Se non considerava il mondo intero un unico mare velenoso, era soltanto per via delle sue insulse speranze di capire. Come se a furia di guardare quelle statue di sale abbandonate sul pelo dell’acqua della sua memoria, potesse carpire qualche segreto al mondo e sfuggire alle sue cattiverie, salvarsi in qualche modo da quel moto ondoso.

L’unica era dedicarsi a i cappelli. Fra le varie abitudini che trasformavano la giornata del collezionista in una serie di atti religiosi, c’era anche la rassegna della sua collezione. Abilmente mescolata agli altri cappelli, questa era completamente fuori dalla portata di qualunque cliente che avesse tentato di allungare le sue mani su quanto monsieur aveva di più prezioso al mondo. Appesi in alto, al di sopra degli scaffali, erano al sicuro da tutto perfino, ne era certo, da qualsivoglia risacca di ricordi sgraditi. E come ogni giorno, prima di andar via, anche in quell’esausto pomeriggio li passava in rassegna, come le stazioni di una via crucis personale a cui dedicare ammirazione e sacrificio. Uno dopo l’altro, gli esemplari della collezione venivano ammirati e le loro caratteristiche ripetute come in preghiera dal loro proprietario. Il suo sorriso era sempre sgradevole in quei momenti, ma d’altra parte non c’era nessuno a testimoniarlo. Finito il suo giro, la giornata fuoriuscì del tutto rantolando l’ultimo miserabile minuto e monsieur Betancourt, esasperato come ogni giorno, si preparò a chiudere il negozio.

Fu in quel momento che la voce lo chiamò.

Per un momento, incredulo, monsieur Betancourt rimase interdetto e impaurito. Aveva chiaramente sentito una voce, ma nel negozio ne era sicuro non c’era nessuno. Si guardò intorno, ma niente e aveva appena sospirato di sollievo che di nuovo la voce, più chiara e profonda di prima, si fece sentire di nuovo.

– Sei forse sordo?

– Chi..?

– Sono io, Henry.

– Chi..?

– Ero certo avessi un vocabolario più ampio, mio caro.

Monsieur Btancourt era pallido e il suo volto era coperto di gocce di sudore. Qualcuno era entrato e stava per aggredirlo, ne era certo.

– Eppure ci incontriamo di quando in quando, qui nel negozio. Sono Henry, il ragno.

L’uomo trasecolò. Era impazzito, chiaramente. I ragni non parlano. Ma no, cosa andava a pensare. c’era qualcuno nel negozio e lo stava prendendo in giro. Ma come faceva a sapere del ragno?

– Mi chiedevo se non potessimo scambiare quattro chiacchiere, mio caro. Visto che è così gentile da mettere sempre la musica che preferisco, ho pensato, magari è anche così disponibile da parlare con me. Mi sono sbagliato?

Rincuorato dal fatto che il ragno aveva apprezzato la sua cortesia, monsieur si azzardò a rispondere.

– Ammetterai che non capita molto spesso di conversare con gli animali…

– Assolutamente. Ma d’altra parte, mio caro, non è che voi vi rivolgiate a noi molto spesso. La mia gente il più delle volte sente solo strilli e subito dopo il colpo di una rivista arrotolata.

– Non posso darti torto. Cosa posso fare per te?

– Ecco. Ho notato, con molto piacere lo ammetto, che non mi hai ucciso appena mi hai visto e che non lo hai fatto nemmeno le varie volte che ci siamo incontrati nel tuo negozio. La tua ospitalità è molto gradita e voglio che tu lo sappia.

– Beh, prego.

– Ora, notando la tua buona disposizione d’animo, mi sono detto, forse posso parlare con quest’uomo e forse contare sulla sua comprensione.

– In merito a cosa, scusa?

– Vedi mio caro, ho ormai raggiunto un’età considerevole e gli acciacchi si fanno sentire. Anche tu soffri per le articolazioni, quindi immagina me che ne ho il doppio! A questo punto di solito, la mia specie non dura molto perché la natura provvede a mandarci nell’oscurità in un modo o nell’altro. Se ci sono uomini in giro, almeno per noi ragni cittadini, è tramite loro che accade. Quindi volevo sapere se non fossi così gentile da porre fine alla mia esistenza, ora che si è fatta così spiacevolmente lunga e dolorosa.

L’orrendo crimine di monsieur Betancourt

4

Occuparsi di un negozio di cappelli non richiedeva poi così tanto lavoro, specialmente quello di monsieur Betancourt che in realtà era un paravento per la sua attività di collezionismo. Raramente entrava qualche cliente e ancor più raramente, qualcuno comprava qualcosa.

Da parte sua il proprietario recitava fino in fondo la parte dell’imprenditore deluso e amareggiato dalla situazione economica e dall’andazzo degli affari, cosa che gli riusciva piuttosto bene a differenza dei disastrosi tentativi fatti in precedenza, per aderire alle ossessioni degli altri uomini. Il calcio, le auto e le donne erano argomenti che gli interessavano, eppure lui finiva sempre per rimanerne ai bordi, non si infervorava, non si lasciava andare mai del tutto perché riconosceva dei tratti religiosi in quelle attività e lui e la religione non andavano troppo d’accordo. Fervore era la parola che più spesso gli veniva in mente e che più lo lasciava perplesso perché vi ravvisava qualche genere di forzatura, talmente marcata a volte da poterla percepire sulla superficie della parola stessa. L’aveva rigirata in bocca come una caramella più e più volte e il sapore non gli era mai piaciuto, un gusto di un esotismo ostentato e artificioso.

Ma nonostante il poco lavoro e il disprezzo per la religione, monsieur Betancourt aveva una sua liturgia personale (come tutti a questo mondo) che occupava il suo tempo e donava senso alla giornata. Senza accorgersene, così facendo, poteva adorare il suo dio personale: lui stesso, proprio come il resto dell’umanità. E lo faceva senza percepire chiaramente la smania, il tanto temuto fervore che bollava come noia e basta, guardando l’orologio in attesa che fossero almeno le dieci del mattino prima di mettersi all’opera e svolgere le sue mansioni di ministro del culto.

Con lentezza e teatralità si recava all’entrata per chiudere la porta con un giro di chiave (era una religione di un solo di dio, ma anche di un solo fedele). Poi rimirava il suo negozio, il reame paradisiaco sul quale aveva ricevuto potere, del quale non si sarebbe mai reso indegno e dal quale non si sarebbe mai scacciato (la coincidenza di creatura e divinità ha i suoi vantaggi) e subito si recava nel retro del negozio (o del tempio) dove poteva rimirare di persona delle meraviglie.

E al rito rispondeva sempre il miracolo in cui si manifestava ai suoi sensi la presenza del divino, del femminino sacro in questo caso che lui spiava dalla finestrella nel retro, nella persona di Katjiushka detta Katia, la cassiera della panineria lì accanto.

Da quella finestrella, poteva chiaramente vedere ogni giorno Katia lavorare, non senza un piccolo sforzo che l’altezza dell’apertura richiedeva. Senza accorgersene, monsieur Betancourt pagava un pegno, un sacrificio di fatica e dolore che infiammava la parte alta della sua schiena per poi aggredire il collo e infine la nuca. Un cilicio invisibile per il suo desiderio, che però restava anche vago oltre che inespresso.

Più e più volte nell’arco degli ultimi due anni si era trovato sul punto di dirle qualcosa, ogni giorno all’ora di pranzo, per poi finire a chiedere uno dei panini e una minerale piccola. Cosa avrebbe potuto dirle, dopotutto? Erano anni che non aveva una donna, quel tipo di attività apparteneva a un tempo lontano, sembrava parte di una storia a cui è bello pensare senza però mai dimenticare che non è mai avvenuta. Era mai avvenuta? Clara, era mai esistita? Di lei non rimanevano tracce in case, come d’altra parte non ne rimanevano di lui, cappelli a parte. La sua partenza era stata improvvisa e lui non era mai riuscito a spiegarsene le ragioni. C’era stato qualcun altro, questo è sicuro, ma non era stato questo a ferirlo. Nel suo piccolo mondo, Clara era la colonna centrale, senza la quale niente poteva funzionare o restare in piedi e il fatto che niente fosse crollato era stato ancor più doloroso. Niente a parte lui.

Gli ricordava la storia della colonna che sorgerebbe sotto la città di New York. Una grande caverna ospita un antichissimo pilastro, proprio sotto l’isola di Manhattan. Questo pilastro, magico, deve ruotare continuamente per qualche ragione e per farlo dev’essere lubrificato continuamente con le sofferenze degli abitanti della città sovrastante. Questo, diceva la storia, è il motivo per il quale nessuno a New York può essere davvero felice.

Solitamente restava in punta di piedi, con il collo sotto sforzo finché lo stomaco non reclamava a gran voce che era proprio l’ora di pranzo. A quel punto, esaurita quella parte della liturgia, si organizzava per raggiungere la donna e anche se l’eucaristia che consumava non era che un rito, cercava di farselo bastare.

Mentre si preparava, come ogni giorno, ripensava, come ogni giorno, che dei molti sensi concessi agli esseri umani, fra i quali ci sono quello che permette di sapere qual’è il giusto abbinamento di colori, quello che suggerisce quale accordo sia quello che da inizio a una canzone, quello che ci sussurra che la persona con cui si parla sta mentendo, quello che è certo che il cuore che abbiamo davanti sarà in grado di battere assieme al nostro alla perfezione, ecco. Di tutti questi sensi, uno più bugiardo dell’altro, quello che era più morto di tutti assassinato con un coltello nella schiena sul pavimento della sua anima costantemente spaventata, era il senso del futuro. Quello che permette di scommettere, di illudersi scioccamente di non morire mai e per questo di vivere il presente. Ma in lui era proprio morto e nessuno avrebbe arrestato Clara per questo.

L’orrendo crimine di monsieur Betancourt

3

Il negozio di cappelli o meglio, la miserabile copertura al suo vizio, distava da casa circa dieci minuti a piedi, che inorgoglivano il proprietario allo stesso livello che se avesse quotidianamente preparato il triathlon. Un’intera mezz’ora, ogni giorno, destinata al camminare era per lui l’unica attività fisica che il mondo potesse pretendere. E in fondo cos’altro avrebbe potuto chiedere? Che si sforzasse di più? Che si affannasse? Che spendesse ogni giorno col sudore della fronte? Si era già preso tutto ciò che poteva da lui e almeno gli lasciasse in corpo i liquidi.

Camminando con calma, ogni mattina faceva una sosta in uno dei vari bar in zona, alternandoli per non far torto a nessuno. In cuor suo sospettava che tutti i mestieri fossero segretamente armati l’un contro l’altro in una guerra segreta che perdurava da secoli e che, non venendone a capo, sfogassero le loro inaudite violenze contro i clienti. Il perfido Ahmed non ne era forse la prova? Perciò sperava, distribuendo a tutti i suoi consumi, di non urtare nessuno. Se fino a oggi nessuno aveva avvelenato il suo caffè, ne era certo, lo si doveva solo ed esclusivamente a questo piano. Che piano geniale! Semplice eppure efficace!

Se c’era una cosa della quale monsieur Betancourt andava orgoglioso era proprio la sua geniale intelligenza, il poderoso intelletto, il brillante ingegno di cui era dotato. Sorrideva sotto i baffetti sovente e senza accorgersene, ogni volta che si accorgeva di aver avuto un colpo di genio. Il pensiero che questi guizzi di brillantezza non riuscissero a scalfire il grigiore della sua esistenza, non lo sfiorava nemmeno.

Al bar prendeva sempre un caffè e un cornetto vuoto. La sua dieta iniziava e finiva con quel tremendo sacrificio, che in effetti tutto il mondo avrebbe dovuto riconoscere come tale. Chi aveva avuto l’idea brillante? Le fonti sono contraddittorie, ma quello che sembra chiaro a tutti e a monsieur Betancourt ancor di più, è che nessuno voglia essere accusato di un’invenzione così meschina come il cornetto vuoto.

Credete forse che l’inventore degli orologi digitali se ne vanti in giro? Forse i suoi eredi, che possono godere dei frutti che un mondo cialtrone può garantire in premio a una simile idea, ma di certo non lui in persona. Gli inventori degli ordigni atomici, allora? Si dice che dopo aver visto gli effetti della loro invenzione ebbero cambiato idea e vi si siano opposti strenuamente, quando è più probabile, che avessero vergogna ad ammettere di aver voluto vedere a tutti i costi e poi passar dalla parte del giusto. Come pentirsi all’estrema unzione pensava monsieur Betancourt, sorridendo sotto i baffetti alla Tyron Power per la sottile intuizione, prova della sua superiorità intellettiva.

Dunque il mefitico autore dell’idea di lasciar vuoto il croissant, non c’era da stupirsi che restasse nell’ombra, perfino felice di essere dimenticato dalla storia, in fondo non aveva inventato qualcosa di sublime come il panino e subito il pensiero del collezionista corse alla panetteria accanto al suo negozio/copertura. Lì venivano preparati i più squisiti sandwich che il mondo abbia mai conosciuto, in diverse ricette, che John Montagu stesso avrebbe salutato come capolavori.

No no no si disse monsieur Betancourt. Pensare al pranzo così presto lo avrebbe condotto a una tortura terribile, a lui che già per le undici del mattino soffriva i morsi della fame più di chiunque altro al mondo. Era nato nel secolo sbagliato, un periodo infame in cui tutti correvano in soccorso della forma fisica tralasciando tutto il resto. Nella sua immaginazione, ricolma principalmente di cappelli in verità, considerava il settecento l’epoca perfetta in cui un uomo della sua levatura avrebbe potuto non solo essere apprezzato per ciò che era, ma anche vivere a lungo e felicemente. Tutto questo ovviamente a patto che non avesse avuto anche nel settecento l’infiammazione dell’appendice e conseguente peritonite che aveva sperimentato a sei anni, altrimenti la sua esperienza di viaggio nel tempo si sarebbe rivelata tanto breve quanto sgradevole.

Dopo aver lasciato il bar, il cui proprietario non mancava mai di elargire informazioni su se stesso di cui i clienti avrebbero fatto volentieri a meno fra cui soprattutto (1) problemi di salute e (2) piatti preferiti, monsieur Betancourt si recava verso il negozio di buon passo. Apriva facilmente la serranda ma producendo i lamenti di chi proprio non ne avrebbe avuto le forze (sebbene l’apertura fosse elettrica) e si introduceva all’interno, sospettando che la maggior parte delle sue energie fossero già esaurite a quell’ora. Ma con un altro bel respiro si faceva forza e guardandosi intorno riacquistava un po’ di coraggio.

Il negozio intorno a lui era confortevole e sicuro.

Il bancone ospitava una cassa antiquata, ma ancora funzionante, un espositore in vetro con un copricapo da Bobby inglese originale acquistato in Inghilterra e poco altro. Dietro, ordinatissimi, erano appesi a chiodi equidistanti fra loro un gran numero di cappelli dalle parti più disparate del mondo e su tutti i lati, ovunque si posasse lo sguardo, espositori con pile di cappelli riempivano lo sguardo e lo rapivano con tessuti, materiali e colori.

C’era una consistenza nei cappelli di qualità, che rapiva monsieur Betancourt e (lui stesso ne era sicuro) anche le altre persone. Una solidità, un volume, che si intuivano dalla cura nei particolari, dalla bellezza di quegli oggetti, che tradivano un lungo lavoro prodotto grazie a una grande perizia e a un ancor più grande carico di segreti. Che magia era quella? Monsieur Betancourt la intuiva e ne godeva, senza cercarvi altre spiegazioni e d’altra parte non ne avrebbe avuto modo. Tutto il suo tempo e le sue energie erano rapiti dagli effetti di quella magia, specie l’ossessione, mostro che ci mette poco a pretendere sacrifici, più di tutto tempo e attenzioni. Il tempo dedicato alle ossessioni lo togliamo a noi stessi e le attenzioni le togliamo al prossimo e in questa cecità selettiva nascono e prosperano altri mostri terribili. Ma che bella cecità sa essere! Un buio così confortevole e privato che a gli altri è quasi impossibile spiegarlo. Lì conta solo ciò che vogliamo, ha senso solo ciò che decidiamo e prendiamo per vero ogni cosa che ci passa per la testa. A chi non piacerebbe? Di sicuro piaceva a monsieur Betancourt.

Sistemato dietro il bancone, si guardava sempre intorno. Sperava di scorgere Henry da qualche parte, ma non succedeva mai. Lo incontrava sempre per caso all’interno del negozio, sempre quando no pensava a lui o si era convinto si fosse trasferito altrove. Quando proprio pensava che non lo avrebbe più rivisto, sollevava un cappello o magari si voltava per rispondere al telefono e lui era lì, a fissarlo con svariate paia d’occhi, ciascuno scuro e profondo come un piccolo pozzo. Di solito a quel punto si arrestava e perfettamente immobile meditava su quali armi avrebbe potuto usare per ucciderlo. Il pesante catalogo di Fedora, lo straccio per spolverare o la sua stessa mano erano tutti strumenti più che adatti, ma non arrivava mai a usarli. Rannicchiato nello strato più profondo del suo cervello, l’idea di aracnide affondava le sue otto zampe nella più mortale paura e stringeva. No, non avrebbe fatto nulla.

E poi questo ragno in particolare era diverso. Monsieur Betancourt aveva paura dei ragni, ma tollerava Henry anche perché aveva avuto sempre l’onestà di evitarlo senza tanti complimenti. Questo, oltre a risolvere il problema, lo faceva sentire rispettato da quella ributtante creatura. A parte quegli incontri fortuiti lo evitava e, probabilmente, lo disprezzava pure apertamente, senza nascondersi dietro le menzogne, i sotterfugi o che altro, che tanto sono indispensabili fra esseri umani. Onde mantenere buoni rapporti, monsieur Betancourt metteva ogni giorno musica classica in filodiffusione solo per Henry, conoscendo grazie a dei documentari i gusti della sua specie.

I ragni, notoriamente amanti della musica classica, ne sono anche dei critici crudeli. È noto che Maria Callas temesse fino al parossismo il loro giudizio e sembra essere stato questo il motivo dell’improvvisa perdita di peso della cantante, che per la preoccupazione, smise di mangiare. A parte le inevitabili sortite a teatro per seguire la stagione concertistica, gli aracnidi preferiscono starsene per conto proprio, a meditare su cose oscure e appetiti troppo privati per essere discussi. Schivi e di buon carattere, sono difficili da muovere all’ira, a meno che non si tratti di scorpioni. L’argomento è infatti quasi tabù, in quanto i loro cugini sono loro nemici giurati da che esiste il mondo.

L’orrendo crimine di monsieur Betancourt

2

Come quasi tutti gli abitanti del pianeta, monsieur Betancourt sopravviveva grazie alle abitudini Che queste venissero costantemente vituperate da chicchessia era una mistero al quale non aveva ancora trovato soluzione. Santi e poeti e filosofi e benzinai, si dicevano certi del pericolo rappresentato dalle abitudini, eppure a monsieur Betancourt sembrava assurdo. Come potevano lagnarsi dell’abitudine e allo stesso tempo far colazione ogni mattina? Li vedeva, regolarmente ogni mattino, nei bar della zona come il Las Vegas o Lo Zio Bar, intenti a far colazione. Non era forse la colazione un’abitudine? Il cornetto ancora caldo, il caffè, il cappuccino, il latte macchiato, in vetro, freddo, caldo, con schiuma o senza, non erano forse tutte abitudini? Se così perniciose perché non vi rinunciavano allora? Facessero pure filosofie, al signor Betancourt sembrava strano non notassero, tutti loro, che anche il loro lamentarsi della sciagura dell’abitudine, era di fatti un’abitudine.

Ad ogni modo il collezionista ne riconosceva il valore e, fatta eccezione per la faccenda dei cappelli, non aveva mai mancato di accumulare quante più abitudini possibile. La principale, quella su cui si fondava l’intera giornata, il cardine da cui dipendeva la buona riuscita di tutto quanto il lavoro, era il tragitto per recarsi al negozio.

Questo iniziava ben prima di scendere in strada, è evidente. Monsieur Betancourt si svegliava alle sette del mattino precise al suono di una radiosveglia che in origine (nei tardi anni ‘70) era stata bianca, ma che adesso era color crema. Apriva gli occhi e tollerava quel minuto di orrore cosmico prima che il nastro del finto ottimismo che aveva installato anni prima entrasse in funzione. Era un sistema un po’ antiquato, ma monsieur Betancourt era un uomo antiquato.

Gli piaceva immaginare le bobine che facevano viaggiare il nastro della programmazione nel suo petto, come in un racconto di fantascienza di Philip K. Dick. Nei momenti in cui un piccolo baratro gli si apriva sotto i piedi mostrandogli l’orrore e la disperazione in cui avrebbe potuto precipitare, gli piaceva immaginare che il nastro si stesse semplicemente riavvolgendo, per poi ripartire riportando tutto alla normalità. Le formiche elettriche devono sapersi gestire pensava.

Superato quel momento, partito il nastro magnetico dell’ottimismo che si era imposto, si sollevava cigolando (altra eventuale prova del suo essere artificiale) dal suo letto e nell’ordine si lavava le mani, orinava, si lavava le mani, si sciacquava il viso e progressivamente si vestiva di tutto punto per recarsi al lavoro.

Aveva una predilezione per i completi, ma non abbastanza passione da possederne più di tre, che lo vestivano a rotazione durante la settimana lavorativa. Le camicie erano in numero maggiore, ma come i calzini, erano costantemente minacciate da nemici spietati, il peggiore dei quali era Ahmed. Questi alle apparenze poteva sembrare il semplice impiegato della lavanderia che ancora oggi potete notare presso Piazza Lodi, ma a un più attento esame non poteva non mostrarsi per il subdolo, velenoso doppiogiochista che era. Per monsieur Betancourt non c’era alcun dubbio, si trattava di un pericoloso sociopatico che – immaginate la scaltrezza – colpiva indirettamente le sue vittime, prendendosela con i loro abiti. Molte delle camicie del collezionista avevano fatto una fine miserabile dopo essere passate per quelle mani.

Le scarpe erano tutte ottime, ma ogni mattina faticava un bel po’ a scegliere perché, essendo tutte uguali, intendeva consumarle parimenti, ma a volte non era sicuro di quale fosse il paio del giorno. A chi toccava? A quelle a destra? O a quelle a sinistra? Il più delle volte era costretto ad affidarsi al caso. Possedeva e indossava esclusivamente papillon. Ma nonostante i suoi sforzi, appariva sempre tragicamente insignificante.

Essendo impossibile stabilire con certezza chi distribuisse grazia e bellezza agli esseri umani, monsieur Betancourt non aveva nessuno a cui sporgere reclamo. Se esisteva un ufficio a cui presentare una qualche documentazione, lui non sapeva dove si trovasse. Certo, nel caso, avrebbe avuto a disposizione tutto un incartamento di prove a sostegno della sua rimostranza.

Non abbastanza alto, tanto per cominciare. Se esistono dei parametri minimi, perché mai lui era stato messo in circolazione al di sotto degli stessi? Non aveva senso. Troppo largo. Fra le caratteristiche del design, neanche tanto male tutto sommato, spiccava la pessima idea di un ventre troppo pronunciato. La pancia! Chi mai aveva avuto l’idea di tentare di rilanciare la pancia! Chiedete a qualunque esperto di moda, di design, a qualunque esteta e vi diranno tutti lo stesso. Alcune cose non piacciono, punto e basta. E da che mondo e mondo, la pancia non piace quindi a che pro inserirla in un modello da mettere in commercio?

Un pessimo investimento per l’azienda umana. E poi alcune magagne nella messa a punto, nelle bobine. Questa timidezza, questa flemma che tutti inevitabilmente scambiavano per debolezza e che gli era costata molto negli anni, ora resi palesi dalle strisce di capelli grigi poco sopra le orecchie.

Davanti alla porta di casa, poco prima di andare nel mondo, tirava sempre un gran respiro e poi usciva e chiudeva a quattro mandate.

Su quel respiro costruiva l’intera giornata.