L’orrendo crimine di monsieur Betancourt

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Come quasi tutti gli abitanti del pianeta, monsieur Betancourt sopravviveva grazie alle abitudini Che queste venissero costantemente vituperate da chicchessia era una mistero al quale non aveva ancora trovato soluzione. Santi e poeti e filosofi e benzinai, si dicevano certi del pericolo rappresentato dalle abitudini, eppure a monsieur Betancourt sembrava assurdo. Come potevano lagnarsi dell’abitudine e allo stesso tempo far colazione ogni mattina? Li vedeva, regolarmente ogni mattino, nei bar della zona come il Las Vegas o Lo Zio Bar, intenti a far colazione. Non era forse la colazione un’abitudine? Il cornetto ancora caldo, il caffè, il cappuccino, il latte macchiato, in vetro, freddo, caldo, con schiuma o senza, non erano forse tutte abitudini? Se così perniciose perché non vi rinunciavano allora? Facessero pure filosofie, al signor Betancourt sembrava strano non notassero, tutti loro, che anche il loro lamentarsi della sciagura dell’abitudine, era di fatti un’abitudine.

Ad ogni modo il collezionista ne riconosceva il valore e, fatta eccezione per la faccenda dei cappelli, non aveva mai mancato di accumulare quante più abitudini possibile. La principale, quella su cui si fondava l’intera giornata, il cardine da cui dipendeva la buona riuscita di tutto quanto il lavoro, era il tragitto per recarsi al negozio.

Questo iniziava ben prima di scendere in strada, è evidente. Monsieur Betancourt si svegliava alle sette del mattino precise al suono di una radiosveglia che in origine (nei tardi anni ‘70) era stata bianca, ma che adesso era color crema. Apriva gli occhi e tollerava quel minuto di orrore cosmico prima che il nastro del finto ottimismo che aveva installato anni prima entrasse in funzione. Era un sistema un po’ antiquato, ma monsieur Betancourt era un uomo antiquato.

Gli piaceva immaginare le bobine che facevano viaggiare il nastro della programmazione nel suo petto, come in un racconto di fantascienza di Philip K. Dick. Nei momenti in cui un piccolo baratro gli si apriva sotto i piedi mostrandogli l’orrore e la disperazione in cui avrebbe potuto precipitare, gli piaceva immaginare che il nastro si stesse semplicemente riavvolgendo, per poi ripartire riportando tutto alla normalità. Le formiche elettriche devono sapersi gestire pensava.

Superato quel momento, partito il nastro magnetico dell’ottimismo che si era imposto, si sollevava cigolando (altra eventuale prova del suo essere artificiale) dal suo letto e nell’ordine si lavava le mani, orinava, si lavava le mani, si sciacquava il viso e progressivamente si vestiva di tutto punto per recarsi al lavoro.

Aveva una predilezione per i completi, ma non abbastanza passione da possederne più di tre, che lo vestivano a rotazione durante la settimana lavorativa. Le camicie erano in numero maggiore, ma come i calzini, erano costantemente minacciate da nemici spietati, il peggiore dei quali era Ahmed. Questi alle apparenze poteva sembrare il semplice impiegato della lavanderia che ancora oggi potete notare presso Piazza Lodi, ma a un più attento esame non poteva non mostrarsi per il subdolo, velenoso doppiogiochista che era. Per monsieur Betancourt non c’era alcun dubbio, si trattava di un pericoloso sociopatico che – immaginate la scaltrezza – colpiva indirettamente le sue vittime, prendendosela con i loro abiti. Molte delle camicie del collezionista avevano fatto una fine miserabile dopo essere passate per quelle mani.

Le scarpe erano tutte ottime, ma ogni mattina faticava un bel po’ a scegliere perché, essendo tutte uguali, intendeva consumarle parimenti, ma a volte non era sicuro di quale fosse il paio del giorno. A chi toccava? A quelle a destra? O a quelle a sinistra? Il più delle volte era costretto ad affidarsi al caso. Possedeva e indossava esclusivamente papillon. Ma nonostante i suoi sforzi, appariva sempre tragicamente insignificante.

Essendo impossibile stabilire con certezza chi distribuisse grazia e bellezza agli esseri umani, monsieur Betancourt non aveva nessuno a cui sporgere reclamo. Se esisteva un ufficio a cui presentare una qualche documentazione, lui non sapeva dove si trovasse. Certo, nel caso, avrebbe avuto a disposizione tutto un incartamento di prove a sostegno della sua rimostranza.

Non abbastanza alto, tanto per cominciare. Se esistono dei parametri minimi, perché mai lui era stato messo in circolazione al di sotto degli stessi? Non aveva senso. Troppo largo. Fra le caratteristiche del design, neanche tanto male tutto sommato, spiccava la pessima idea di un ventre troppo pronunciato. La pancia! Chi mai aveva avuto l’idea di tentare di rilanciare la pancia! Chiedete a qualunque esperto di moda, di design, a qualunque esteta e vi diranno tutti lo stesso. Alcune cose non piacciono, punto e basta. E da che mondo e mondo, la pancia non piace quindi a che pro inserirla in un modello da mettere in commercio?

Un pessimo investimento per l’azienda umana. E poi alcune magagne nella messa a punto, nelle bobine. Questa timidezza, questa flemma che tutti inevitabilmente scambiavano per debolezza e che gli era costata molto negli anni, ora resi palesi dalle strisce di capelli grigi poco sopra le orecchie.

Davanti alla porta di casa, poco prima di andare nel mondo, tirava sempre un gran respiro e poi usciva e chiudeva a quattro mandate.

Su quel respiro costruiva l’intera giornata.

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L’orrendo crimine di monsieur Betancourt

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Al signor Betancourt non stavano bene i cappelli e sebbene la maggior parte degli uomini lo avrebbe giudicato un problema minore, di certo non lo era per monsieur Betancourt. Suo zio Andrè, che era stato un divo dei fotoromanzi a metà del secolo, aveva portato i cappelli con estrema disinvoltura, facendone un marchio della sua bellissima figura. E quanto piaceva alle donne il vecchio Andrè. Le sue avventure erano ormai leggenda e chi non avrebbe voluto essere lui? Di certo lo avrebbe voluto monsieur Betancourt, ma la sorte gli era stata avversa. Il dono lo aveva saltato così come accade spesso che salti una generazione l’attitudine al canto o il talento per la pesca. Che fare, dunque? Il fatto è che adorava i cappelli, povero monsieur Betancourt e fu così che iniziò la sua collezione (di cui andava nostalgicamente fiero). A chi gli chiedesse, fra l’altro, poteva rispondere citando a sproposito Lewis Carroll sogghignando “Sono cappellaio, di cappelli non ne ho di miei…”

Perseguendo per svariati anni la sua ossessione, coltivandola con lo stesso triste raccoglimento che si dedica a un amore non corrisposto, arrivò a non avere più spazio nella sua casa di Roma, dalle parti di San Giovanni, dove si trova quella che tecnicamente si chiama “Arcibasilica Papale del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano”, per la comoda sempre e comunque San Giovanni.

Era un piccolo appartamento al quarto piano di una palazzina, modesta certo, ma al centro di una zona che ben presto avrebbe raccolto i favori della ripresa economica e dello scatto immobiliare. Possedeva tutto ciò che un piccolo appartamento può vantare, tutte le piccole comodità e le scocciature. Delle due finestre solo una era normale, quella del bagno. L’altra, in soggiorno, pur essendo assolutamente identica, possedeva un innegabile istinto per l’assassinio. Nessuna delle piante di monsieur Betancourt infatti poteva sopravvivere più di un mese alle orrende macchinazioni di quella finestra.

E non era certo l’unica cosa sinistra del piccolo appartamento. Pur essendo cose assolutamente normali e notabili in quasi tutte le case del mondo, le stesse in casa del collezionista assumevano contorni sinistri e carichi di minacciosi significati, come la moria di calzini che puntualmente si verificava, lasciando i soliti sospetti: la lavatrice, lo stendibiancheria, il gabbiano del quartiere. Se quest’ultimo è argomento tabù per monsieur Betancourt, non lo sono gli altri due, anzi. Pur essendo meno importanti dei cappelli, che occupano la quasi totalità dei discorsi del padrone di casa, la lavatrice e lo stendibiancheria erano in grado di mandarlo ai pazzi. Il nostro era un uomo molto pacato, di poche parole, ma “quei due” (come soleva chiamarli) erano tutt’altra storia. Gli accendevano una luce febbrile negli occhi, quasi fossero stati una coppia di criminali impossibili da assicurare alla giustizia. Erano loro a commettere quei delitti. Era chiaro come il sole, ma non poteva provarlo. Non lasciavano tracce, mai un corpo del reato. I calzini, sparivano e basta. E a questa realtà terribile aveva dovuto piegarsi, questo è vero, ma teneva alla sua furia come se fosse l’ultimo diritto che gli rimaneva in un mondo ingiusto.

C’era stato un tempo in cui l’appartamento era stato una reggia, con tanto di regina, ma quella monarchia era finita da tempo e gli abitanti (animati o meno) del regno tiravano avanti nei limiti del possibile e dei suoi confini. Ma era davvero un piccolo appartamento, tant’è che la vasta collezione di copricapi aveva presto sostituito sulle librerie i libri e sugli scaffali tutto il resto, fino al punto, in alcuni casi, di sostituire le librerie e gli scaffali stessi. Alla fine si decise e aprì un negozio, così avrebbe avuto la possibilità di occupare altro spazio con i suoi amati copricapi.

La maledizione del barbiere fantasma

Dovevo recarmi alla stazione Termini per fare quello che ormai facevo da quasi due mesi e cioè distribuire curriculum in tutti gli esercizi commerciali che mi capitavano a tiro. Un’attività terribile, che mette di fronte a tutta una serie di realtà, fra cui la crisi economica, la deriva sociale e la caducità di tutte le cose viventi. Dovevo recarmi alla stazione Termini per fare quello che ormai facevo da quasi due mesi, ma dopo dieci minuti mi sono specchiato casualmente in una vetrina. Mi ci è voluto un secondo per rendermi conto che ero io. Le vetrine dei negozi sono strane, riflettono sempre chi guarda, ma in maniera opaca, liquida. Come se fossero delle pozzanghere verticali con della roba sul fondo. Avevo le occhiaie e in generale l’aria sfatta e stanca. La barba troppo lunga e trascurata da troppo tempo. Le spalle curve. E non me la sono sentita. Non me la sono sentita proprio di andare a fare quel giro che avrei potuto sorbirmi tranquillamente la mattina dopo. È stato più o meno allora che mi sono accorto del cilindro illuminato oltre la vetrina accanto. Ruotava sul proprio asse, con due spirali una rossa e una blu che si inseguivano all’infinito sul fondo bianco. Era il classico Palo del Barbiere, l’insegna tradizionale e internazionale della categoria. In questo paese non si è mai utilizzata più di tanto, mi dico. Ma in questi tempi hipster non è strano, mi rispondo. Sbircio per cercare di vedere un listino prezzi, ma non c’è. Incrocio lo sguardo del signore oltre il vetro e a quel punto decido che posso almeno chiedere i prezzi, anche se le mie povere tasche si commuovono alla sola idea. Con sollievo scopro che può sistemarmi la barba e di conseguenza la faccia per pochi euro e mi siedo. C’è qualcosa di molto strano in questo signore. Gentilissimo. Simpatico. Estremamente competente. Eppure… C’è qualcosa in lui che non riesco a identificare. Un particolare. L’ombra di un’idea piuttosto che un’idea vera e propria. Mi sfugge qualcosa, oltre alla netta sensazione di averlo già visto da qualche parte. Si mette all’opera con calma ed è solo allora che mi accorgo del poster riflesso nello specchio. Sweeney Todd mi fissa dalla locandina con rasoio d’argento, ciuffo bianco, panciotto e tutto. Ed è a quel punto che me ne accorgo. Il barbiere è Lui. Lui l’attore ben noto. Non è possibile, naturalmente. Eppure è identico. Lui con i capelli corti. Più anziano ma invecchiato bene. Con gli occhiali giusti. I jeans giusti. I braccialetti e gli anelli giusti. Muove con delicatezza il rasoio a mano libera lungo la mia gola e il mio pomo d’adamo va su e giù preoccupato. Potrei giurare che si tratta di lui. Non avevo mai notato il suo negozio e gli chiedo se ha aperto da poco. Mi risponde che è lì da diciotto anni. Una vocina dentro di me mi dice che ho di nuovo superato quel confine invisibile. Lui finisce il lavoro, riceve quanto gli spetta e mi saluta. Allontanandomi, cammino su un marciapiede normale e perfettamente ordinario, anche se ci sono almeno tre Bulldog francesi marroni identici. La Chrysler che quasi mi tira sotto è normale e perfettamente ordinaria, anche se la guida un uomo con dei giganteschi baffi mediorientali. Cammino verso casa e più o meno tutto diminuisce di intensità finché non salgo sull’ascensore e ho la sensazione che mi si stappino le orecchie. È lì da diciotto anni. Ora ho un po’ paura a passare da lì per andare a casa della mia ragazza o a prendere la Metro. Non so. Se passando dovessi vedere un muro di mattoni al posto del negozio del barbiere non so come reagirei. Sì che lo sai, coglione. Ma i negozi mica spariscono o si spostano. Di solito.

L’olismo e l’arte del volo nel mondo del lavoro

L’Olismo (dal greco όλος, cioè la totalità, globalità) è una posizione teorica basata sull’idea che le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue componenti. Dal punto di vista “olistico”, la sommatoria funzionale delle parti è sempre maggiore/differente dalla somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente. Di un oggetto che vola, che resta e si muove per aria come l’aeroplano, ad esempio, è difficile dire che funzioni come “somma dei suoi componenti”. Esso infatti, come sommatoria funzionale delle sue parti, non sarebbe identificabile con un “oggetto che vola”. Lo stesso vale per per le bestemmie durante la mia fallimentare ricerca del lavoro, che come semplice somma delle loro parti non sarebbero funzionali e non volerebbero. Prendiamo ad esempio il più classico porcodio. Come sommatoria strutturale delle sue parti non sarebbe altro che una fusione fra le parole porco e dio, cosa che non gli permette alcuna portanza e quindi non gli permette di volare. È solo quando il porcodio viene considerato nella totalità di un meccanismo (in questo caso il linguaggio adoperato nello specifico ambiente della ricerca del lavoro) che assume la capacità di volare. Per intenderci, le forze aerodinamiche che permettono alle ali di un aereo di generare portanza, sono qui rappresentate da risposte come “le faremo sapere”, “non stiamo cercando al momento” e soprattutto “non assumiamo nessuno sopra i ventisette anni”.

Harmonium: il trailer

Harmonium (淵に立つ Fuchi ni Tatsu) è un film giapponese del 2016 diretto da Kôji Fukada e interpretato fra gli altri da Mariko Tsutsui, Tadanobu Asano, Kanji Furutachi. Ha vinto il Premio della Giuria al Festival di Cannes dove è stato presentato nella sezione Un Certain Regard e sta rapidamente incuriosendo il pubblico. Di seguito vi presentiamo l’affascinante trailer.

Animali fantastici e dove trovarli: il poster IMAX

Animali fantastici e dove trovarli (Fantastic Beasts and Where to Find Them) è un film del 2016 diretto da David Yates. Di seguito il poster speciale IMAX.

Ispirato all’omonimo libro di J. K. Rowling e scritto dalla stessa autrice, il film è il primo capitolo di una trilogia prequel della serie cinematografica di Harry Potter e incentrata sul magizoologo Newt Scamandro, ed è interpretato da Eddie Redmayne, Katherine Waterston, Alison Sudol, Dan Fogler, Samantha Morton, Ezra Miller, Colin Farrell, Jon Voight e Ron Perlman.

Making a Murderer

Le storie criminali, perfetto mix di sangue e mistero, catalizzano da sempre l’attenzione del pubblico. Finiscono per contenere sempre e in maniera massiccia, tutto ciò che appartiene alla fascia di curiosità e interessi inalienabili da qualsiasi essere umano. Sesso, soldi, invidia, odio, perversione, stupidità, omicidio e molto altro. Sono storie che, riassumendo, finiscono per riguardarci, in un modo o nell’altro. E questo spiega perché, di tutti i generi esistenti, il crime finisca sempre per sopravvivere in buona salute in periodi in cui, ciclicamente, gli altri arrancano o vengono messi da parte. Piuttosto si evolve, cambia a seconda delle necessità e dei gusti del pubblico. Dopo anni di programmi televisivi riguardanti i crimini più efferati, quasi sempre casi ancora aperti, la naturale evoluzione è stata la docu-serie true crime, di cui Making a Murderer è il più recente e meglio riuscito esponente.

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Protagonista di questa vicenda è Steven Avery, incarcerato per diciotto anni (dal 1985 al 2003) per uno stupro che non aveva commesso. Riconosciuto finalmente innocente e scarcerato, inizia una battaglia legale che dovrebbe concludersi con un cospicuo risarcimento. Ma la scomparsa di una ragazza proprio nella zona in cui abita Steven cambia tutto di nuovo e lui diventa il centro di un nuovo caso, questa volta di omicidio. Le prove sono schiaccianti e il risultato scontato. O almeno così sembra. Perché in effetti fin da subito sono moltissime le incongruenze a non rendere chiaro cosa sarebbe successo, quando e come. Anzi, fin da subito si palesa una possibilità agghiacciante. Il dipartimento di polizia potrebbe effettivamente aver cospirato per incastrare Steven Avery per l’omicidio di Teresa Halbach.

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È interessante vedere come il new journalism inventato da Rodolfo Walsh e portato poi alla ribalta da autori come Tom Wolfe, Truman Capote, Norman Mailer e Hunter S. Thompson, si sia evoluto di pari passo con il mezzo televisivo, fino quasi a sopravvivergli al giorno d’oggi. La televisione, in grande crisi da decenni ormai, sta ricevendo durissimi colpi da servizi come Netflix che, ispirandosi alle abitudini del pubblico, hanno offerto un servizio più adeguato ai tempi. Ma a parte questo, i gusti del pubblico rimangono ancorati a un certo tipo di necessità. Dopo decenni di serie crime, detective story, cop series e chi più ne ha più ne metta, è diventato difficile offrire qualcosa a cui affezionarsi, a meno che non si parli di docu-serie che offrono un paio di fondamentali differenze e cioè (1) solitamente si parla di fatti ancora in corso, cosa che oltre a tenere l’interesse sempre vivo e a fornire continui nuovi input, contribuisce  a ricordare continuamente allo spettatore la cosa più importante e cioè che (2) è tutto vero.

Making a Murderer

In Making a Murderer assistiamo a un vero e proprio complotto, cosa che diventa innegabile già dalle prime battute, ma soprattutto abbiamo l’occasione di osservare attentamente un processo americano in maniera piuttosto realistica. Vengono messe in evidenza e con un comprensibile raccapriccio, tutte le piccole assurdità che compongono la visione legale della realtà, tutte le regole che andrebbero rispettate sempre e comunque e che invece lo sono solo parzialmente. Tutti i piccoli e miseri espedienti per portare a termine un compito nell’immediato, completamente incuranti dei risultati finali di tale comportamento. Vere e proprie macchine votate al raggiungimento di uno scopo, spesso più che altro di facciata, all’interno delle quali le persone sono ingranaggi coscienti o meno, ma sempre responsabili.

Perché vedere questa serie? Perché è un’ottima alternativa alle serie tradizionali. Offre uno sguardo sul mondo che, pur essendo sempre filtrato dagli autori, offre spunti che per ovvie ragioni altre serie non possono permettersi. Interessantissimo, teso e difficile da mollare.

Doctor Strange Posters

Doctor Strange è la quattordicesima pellicola del Marvel Cinematic Universe ed è basata sull’omonimo personaggio dei fumetti. Stephen Strange (Benedict Cumberbatch) è un chirurgo di fama mondiale che dopo un gravissimo incidente viene addestrato nell’uso delle arti mistiche dall’Antico (Tilda Swinton). Si dice che il film rappresenterà un punto di svolta nel MCU, ma come questo debba avvenire è ancora un mistero. Nel frattempo vi proponiamo i poster fino ad ora rilasciati, aggiornandoci al 26 ottobre, quando potremo vedere il film nelle sale. Read More